|
Potere e contro-potere All'inizio
del '500, compaiono due volumetti, agili e di scorrevole lettura che,
imprevedibilmente, hanno l'effetto di animare e illuminare a lungo il
dibattito politico-culturale sullo scenario europeo. Si tratta
dell'Utopia (letteralmente, non-luogo, ovvero, luogo che non c'è)
di Thomas More (1477-1535), un importante magistrato di Enrico VIII e del
Principe, di Niccolò Machiavelli (1469-1527), ex segretario della
repubblica fiorentina. I due testi (e i due autori) suscitano dibattiti e
discussioni, sollevano polemiche, vengono amati e detestati, hanno la
capacità di coinvolgere e appassionare e divengono, in breve, il simbolo
di due modi diversi e opposti di pensare e fare politica, l'uno fondato
sull'analisi realistica del dinamico cinismo dell'uomo che persegue il
potere, l'altro presentato come la candida proposta di eliminare l'egoismo
e l'oggetto del contendere, la proprietà, e di fondare su queste basi una
società etica, sobria e serena, anche felice, ma immaginaria. Persino
la fortuna postuma dei due «modelli» è segnata da questa netta
contrapposizione e se Machiavelli e il «machiavellismo» diventano
l'espressione teorica del cinismo politico, del male, al punto che il buon
segretario fiorentino verrà bruciato in effige all'inizio del XVII secolo,
Thomas More, che viene decapitato (1535) da Enrico VIII, è santificato,
quattrocento anni dopo, da Pio XII (1935). I due punti di vista, quello
del «principe» e quello dell'«utopista», pur essendo contrapposti, emblemi
di due ideali di comportamento inconciliabili, l'uno rappresentativo
dell'essere l'altro del dover-essere, rappresentazione teorica
dell'insopprimibile separazione fra la realtà e il sogno, sono il frutto
di una comune intenzione etica, dell'ineliminabile esigenza di dare spazio
alla fantasia e all'immaginazione anche nel campo politico e della
altrettanto importante necessità di prendere atto del reale nella sua
formidabile evidenza. Si tratta, insomma di due interpretazioni del
«politico» decisamente discordanti, addirittura opposte, che, tuttavia,
proprio per questo si richiamano, si implicano, si definiscono
reciprocamente, spesso si trasfigurano e scorrono l'una nell'altra e si
determinano in feconda interazione. Così, l'essere e il dover essere, il
sogno e la realtà, il realismo e l'utopia, il «politico», irriverente
Machiavelli e l'ascetico moralista More finiscono, a volte, per non
trovarsi troppo lontani, o almeno non così irrimediabilmente
separati.
Torna
all'indice
Pessimismo antropologico e
illusione Machiavelli, con il suo Principe, tenta di
dare una versione genuina e cruda del senso più profondo del rapporto fra
morale e politica e presenta in forma teorica un'analisi significativa e
scandalosa delle nuove tecnologie politico-culturali, mentre
l'Utopia di More descrive, con impareggiabile e ambigua ironia, la
più dolce e severa immagine dell'alternativa globale. Due modi di vedere
le cose che vengono segnati dall'aspirazione, comune a entrambi gli
autori, a vivere in un mondo migliore, che indicano il percorso obbligato
delle tecnologie del potere e del contropotere, diventando il punto di
riferimento di qualsiasi discorso sul dominio, sulla sua legittimità,
sulla sua distribuzione e necessità o, viceversa, sull'importanza di
impegnarsi per eliminarlo. Machiavelli prende atto dell'egoismo
universale che sembra caratterizzare il genere umano, del desiderio di
sicurezza delle masse e della volontà di potenza dei reggitori, del fatto
che il desiderio umano di beni e di potere non ha limiti mentre la potenza
e i beni sono limitati, e che questa diffusa avidità conduce a una
situazione che rischia perennemente di degenerare nell'anarchia. La
ricerca della sicurezza gli sembra dunque la via maestra che deve
percorrere «il principe», superando l'incerto confine fra vizio e virtù,
anzi, «... non si curi di incorrere nella fama di quelli vizii senza quali
e' possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene
tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la
ruina sua, e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la
securtà et il bene essere suo» L'intento di Machiavelli è quello di
«andare drieto alla verità effettuale della cosa», e non alla
«immaginazione di essa», e quindi è meglio prendere atto della mutevolezza
della natura umana e non tentare di modificarla inseguendo vane chimere.
La distanza «da come si vive a come si doverebbe vivere», è talmente
grande, «... che colui che lascia quello che si fa per quello che si
doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione sua:
perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parte professione di buono
conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno
principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et
usarlo e non usare secondo la necessità.». Per questo sbagliano coloro che
si ostinano a «immaginare», «repubbliche e principati che non si sono mai
visti né conosciuti essere in vero». Eppure, malgrado la sua dichiarata
intenzione di restare ancorato alla realtà, neanche il segretario
fiorentino può sfuggire al fascino ambiguo e forte del sogno e proprio
nell'ultima pagina del suo «manuale» inneggia a un'Italia liberata dallo
straniero, finalmente unita e gagliarda, che possa realizzare i desideri
della canzone Italia mia, del Petrarca:
Virtù contro a furore prenderà
l'arme; e fia el combatter corto ché l'antico valore negli
italici cor non è ancor morto
Anche il più crudo realismo deve trovare
alimento, nutrirsi della speranza o dell'illusione di potere trasformare
il mondo, anche se si è apertamente rifiutato il metodo di immaginare
delle realtà «che non si sono mai visti né conosciuti essere in
vero». Questo, invece, è proprio quello che si propone Thomas More,
eliminare le cause che rendono gli uomini così egoisti, «immaginare» un
mondo alternativo basato su regole diverse di convivenza. Perfettamente
consapevole di come vanno le cose Thomas More pone alla radice della sua
società immaginaria una buona dose di realismo politico. Quando il
magistrato inglese spiega che la guerra è qualcosa di «bestiale», che
bisogna eliminare con ogni mezzo, anche con il tradimento, la corruzione,
l'assassinio politico, egli si serve delle stesse categorie di
Machiavelli, «le spietate tecniche del potere», per eliminare il potere
stesso, quale polemica ripulsa nei confronti di «coloro che della guerra
fanno mestiere e vanto», come spiega Luigi Firpo, e si fa difensore dei
valori di un'umanità nuova di liberi e di uguali. Machiavelli
suggerisce al principe di essere sì temuto ma non odiato, «il che farà
sempre, quando si astenga dalla roba de' sua cittadini e de' sua sudditi,
e dalle donne loro…», perché, «li uomini sdimenticano più presto la morte
del padre che la perdita del patrimonio». Il principe può chiedere il
sangue dei suoi sudditi ma non li deve depredare, perché la proprietà
viene riconosciuta come il valore stabilizzante dell'intero corpo sociale,
al punto che, se la proprietà non è sicura, nemmeno lo Stato può esserlo.
E More non se ne discosta quando osserva, per bocca di Raffaele Itlodeo
che, «chi non conosce altra via per raddrizzare le storture della vita
civile se non la distruzione del benessere, confessi pure di non saper
governare degli uomini liberi», e giunge alla conclusione che saranno
proprio questa incapacità e la distruzione dei beni ad attirargli «il
disprezzo e l'odio del popolo».
Torna
all'indice
Utopo e il
Valentino Entrambi, Machiavelli e More, sarebbero favorevoli a
una società equilibrata, governata armonicamente, nella quale la virtù
privata si accompagni alla probità civica, a uno spirito devoto verso le
istituzioni; in fondo, il sogno repubblicano di Machiavelli evoca
un'atmosfera che non è lontana dallo spirito dell'utopia, ma è di fronte
alla degenerazione, allo squilibrio, all'ingiustizia, alla prospettiva di
una società preda dell'anarchia che la reazione è diversa, anzi,
opposta. Il centro del problema è la questione della «virtù». È questo
che emerge prendendo in considerazione anche i Discorsi e quindi la
figura del «legislatore» proposta dal fiorentino. Un personaggio, tutto
sommato, non lontano dall'Utopo di Thomas More, che dovrebbe avere il
compito di fondare lo Stato e tutte le sue istituzioni, politiche,
religiose e economiche, che dovrebbe «pensare» tutta la costituzione
morale e sociale del suo popolo, elaborarne quelle leggi che ne
determinano il carattere «nazionale», stabilirne lo statuto etico, «...uno
prudente ordinatore d'una repubblica, e che abbia questo animo di volere
giovare non a sé ma al bene comune, non alla sua propria successione ma
alla comune patria, debbe ingegnarsi di avere l'autorità da solo». Un
personaggio solitario, «prudente e virtuoso», cioè saggio e spregiudicato,
che dispiega un'«azione straordinaria» degna di Mosè, Licurgo, Solone,
Agide e Cleomene, per costruire lo Stato, il bene pubblico. In
sostanza, Machiavelli ritiene che, quando la virtù civica viene a mancare,
la società si corrompe e corre il rischio di sgretolarsi e che, di
conseguenza, il collante deve venir fornito dallo Stato, dalla forza della
legge e, in casi particolari, come quello italiano, dalla personalità di
un principe. La «virtù» civica viene sostituita dalle «qualità» (saggezza,
lungimiranza, spregiudicatezza) del reggitore. More, che prende il via
da una severa critica della situazione sociale in Inghilterra, propone un
percorso inverso: sono le cattive istituzioni a corrompere gli uomini e a
renderli schiavi dell'avidità, è il sistema del profitto a creare le
differenziazioni sociali, la ricchezza e la povertà. È in virtù della
forza disgregante di questo sistema che i contadini vengono cacciati dai
produttori di lana, i quali, «cingono di steccati tutti i campi per
destinarli al pascolo, abbattono le case, demoliscono i villaggi, [...], i
coltivatori si vedono scacciati: taluni vengono spogliati del loro podere,
vittime di fraudolenti raggiri o di oppressione violenta, altri si
inducono a vendere, stanchi di soprusi», mentre un'aristocrazia
spendacciona e disutile dimostra di essere una vera e propria, «peste
esiziale del suo paese». Ma, quel che è peggio, «a questa penosa
indigenza, a questa miseria, si sovrappone uno sfarzo fuori luogo»,
l'esibizione, da parte di nobili e artigiani, degli «stessi contadini»,
«di un lusso sfacciato nel vestire», la frequentazione di «taverne,
bettole, bordelli, [...], tanti giochi disonesti come dadi, carte, tavola
reale, palla, pallone, ruzzola, [...]». Insomma, la virtù civica
dell'intero corpo sociale viene pregiudicata dalla brama di beni e di
potere. Machiavelli, per risolvere il problema, propone uno
spregiudicato «esteta» della politica, libero dall'impaccio della comune
moralità, che perseguendo l'egoistico fine della conquista e conservazione
del potere, realizza con la sua forza e abilità, con le sue «qualità»,
l'utilità generale, costringe all'ordine la moltitudine dei cittadini, e,
in mancanza di una virtù civica, instaura un potere in grado di garantire
almeno la «sicurezza». Una figura che nella sua plastica eccezionalità
contiene forti connotati utopici. Il rimedio di More consiste, invece,
nell'eliminazione della causa del male, la proprietà, da attuare in una
società governata da poche leggi, come raccomandava Licurgo: «[...], essi
con così poche leggi governano con tanta efficacia, [...], Perché riuscì
facile a quell'uomo di suprema saggezza (Utopo) prevedere che quella era
l'unica e sola via del comune benessere, cioè sancire l'eguaglianza dei
beni». Egli consiglia di eliminare il «mostro», l'avidità umana, di
accontentarsi di una società povera e austera quale prezzo da pagare per
liberarsi dei conflitti e degli orrori della società civile, di scegliere
la virtù al posto dell'illusione del potere e della ricchezza. Da un
lato abbiamo la proposta del dominio di un uomo che con le sue qualità
supplisce le manchevolezze del popolo, dall'altro un «demiurgo» il cui
fine è quello di «costruire» un popolo «virtuoso» eliminando gli aspetti
sociali degeneranti, in primis la proprietà. Il segretario fiorentino
pensa che la natura umana non sia modificabile, che il modello
antropologico abbia una sua perversa secolare continuità e che, di
conseguenza, solo l'abilità e la forza del «singolo» possano garantire la
potenza dello Stato e la sicurezza dei sudditi. Il magistrato inglese
pensa, invece, che una opportuna educazione e una ferrea legislazione sono
in grado di operare il miracolo, cioè di eliminare o controllare gli
aspetti deteriori degli uomini per costruire una nuova umanità. Ma
entrambi, per ipotizzare il raggiungimento dei loro fini ricorrono a
modelli ideali d'eccezione: Utopo e il Valentino. Machiavelli vuole
scrivere, «cosa utile a chi la intende», cioè ai potenti in grado di
apprezzare la finezza e le sfumature della sua «arte» e analizza il
meccanismo politico con lo spirito indipendente e libero dello scienziato.
Compone, così, il manuale della politica la prima, scarna, teoria del
potere, sognando un'Italia repubblicana, mentre More, con il suo
enigmatico libretto, «non meno utile che divertente», destinato ai dotti,
ma senza la pretesa di offrire una proposta politica immediata, nasconde
sotto il velo effimero di una ilare semplicità il seme dell'alternativa
totale, una specie di manuale del contro-potere, l'archetipo
dell'alternativa. Il rapporto fra realismo e utopia è assai stretto,
vincolato da un lato a una rigorosa razionalità che porta a una certa
diffidenza di fronte ai segnali, limitati e contraddittori, derivanti
dall'esperienza, dall'altro dal rifiuto di un atteggiamento rassegnato e
inerte di fronte a una realtà che esalta la capacità di indignarsi. Di qui
la profonda connessione fra una realistica, spietata, radicale denuncia
dell'orrore del dominio e la proposta di una realtà immaginaria e
contrapposta. Quanto più la critica della società è radicale e globale
tanto più il progetto alternativo le sarà contrapposto. Machiavelli e More
non sono poi così estranei l'uno all'altro come sembrava credere Gerhard
Ritter perché è proprio da un realismo senza illusioni che rifiuta il
sogno riformista che nasce il mondo alternativo dell'utopia e
l'immaginazione dell'alternativa riconduce, per contrapposizione, alla
realtà storica. La difficile situazione dell'Inghilterra fra
Quattro e Cinquecento viene crudamente presentata da More che, denuncia le
incongruenze di una società vessata da un'aristocrazia arrogante, oziosa e
violenta, afflitta da un'economia provata da guerre inutili e dalla crisi
di concentrazione e conversione all'allevamento delle proprietà rurali
(enclosures) che, a sua volta, provoca lo spostamento di masse di
contadini espulsi dalla campagna e incrementa il fenomeno del
vagabondaggio e della conversione al crimine dei ceti più umili. Una
società in cui il disordine morale, la corruzione, il parassitismo, la
violenza attraversano tutti i ceti sociali e non risparmiano nemmeno i
gruppi religiosi. A questo desolante quadro di disperazione e miseria il
magistrato inglese contrappone la sua felice isola di Utopia, retta da un
sistema completamente diverso, anzi, opposto, basato sul principio della
solidarietà collettiva e sulla distribuzione egualitaria dei
beni.
Torna
all'indice
Pace e
guerra in Utopia Gli abitanti dell'isola di Utopia, vivono in
città ben organizzate, spaziose e salubri circondate da un'ampia e ben
fornita campagna, raggruppati in nuclei famigliari composti di quaranta
persone in campagna e di sedici nelle città (non meno di dieci, non più di
sedici). Fra città e mondo rurale non vi è antagonismo ma rotazione perché
«venti persone di ogni famiglia rientrano ogni anno in città, cioè quelli
che hanno compiuto il biennio in campagna, e altrettante, tratte di fresco
dalla città, vengono a rimpiazzarle», e questo sistema di alternare la
popolazione viene adottato, «per evitare che qualcuno venga costretto di
malanimo a continuare troppo a lungo un'esistenza più faticosa».
Naturalmente nulla impedisce a chi lo desideri di restare nei campi più a
lungo. Tutti lavorano, producono, commerciano (quello agricolo è il
mestiere «cui nessuno si può sottrarre»), ma nessuno possiede, perché la
proprietà è comune. Tutti i prodotti vengono raccolti in grandi magazzini
e «ogni capo famiglia preleva da essi qualsiasi cosa di cui lui o i suoi
famigliari hanno bisogno e se la porta via senza sborsar denaro né dare
contraccambio di qualsiasi genere». I pasti sono pubblici, e tutta
l'organizzazione dei servizi sociali è pubblica, dalla sanità
all'istruzione. La famiglia, gerarchicamente ordinata come un complesso
di persone, animali e beni, è alla base di questa struttura, e viene
considerata come una unità produttiva. «Ogni gruppo di trenta famiglie»
elegge ogni anno un magistrato, chiamato «filarco», ogni dieci filarchi
viene eletto un «protofilarco». L'assemblea dei «filarchi», composta da
duecento persone, elegge il «magistrato supremo» scelto fra quattro
candidati scelti dal popolo di ognuno dei quattro quartieri in cui è
divisa ogni città e questo magistrato può durare in carica per tutta la
vita «a meno che non desti il sospetto di aspirare alla tirannide» (è
«supremo» rispetto alla sua sola città), mentre tutte le altre
magistrature sono annuali. Con questo sistema tutte le questioni vengono
risolte a livello locale e solo i problemi più importanti coinvolgono
l'assemblea dell'intera isola. In realtà l'azione del governo si
esplica essenzialmente nel regolare l'attività economica con poche ed
efficaci leggi vigorosamente protette. Gli utopiani, infatti, «credono» in
ciò che fanno, sono pronti a sostenere con la forza la bontà della loro
organizzazione socio-politica e non tollerano contestazioni anti-sistema:
«Quelli che rifiutano di vivere secondo le loro leggi, li cacciano fuori
dal territorio che hanno deciso di occupare. Contro chi fa resistenza
muovono guerra, perché considerano che non ci sia causa bellica più giusta
di quella d'un qualsiasi popolo, che si trovi in possesso di un
territorio, che esso non mette a frutto, mantenendolo inerte e deserto, e
ne impedisca l'utilizzazione ad altri che per legge di natura hanno
bisogno di trarne il proprio nutrimento». I cittadini di Utopia, accanto a
una vivace ma autoritaria pratica democratica, manifestano una netta
diffidenza nei confronti degli «eccessi» di politica, al punto da operare
una precisa e severa regolamentazione dei dibattiti: «È delitto punito con
la pena capitale discutere affari pubblici fuori del senato [l'assemblea
dei protofilarchi] dell'assemblea popolare». È chiaro che il «sistema»
elaborato da More esclude la libertà di associazione fra i cittadini,
tutta la vita politica si deve risolvere nell'ambito delle istituzioni.
Con questo More intende eliminare il pericolo di conflitti interni
derivanti dallo scontrarsi di interessi o egoismi di parte. Pacifici ma
non pacifisti, come diremmo oggi, gli utopiani usano la guerra come
strumento difensivo, ma non esitano ad accorrere in aiuto dei popoli
vicini per abbattere delle tirannie o respingere delle invasioni. Non
solo, in Utopia è mantenuta la schiavitù: per i nemici vinti che hanno
scatenato la guerra, per «i propri concittadini [...] a causa di un
delitto commesso, oppure [...] quelli che in città straniere in seguito ai
loro crimini furono condannati a morte», e «un altro genere di schiavi è
costituito da salariati a giornata stranieri, laboriosi ma poveri, che
abbiano scelto di loro iniziativa di venire a servizio nell'isola». La
cosa non deve sorprendere più di tanto. Quello che sembra volere
comunicare More è che a dispetto del miglior sistema politico-sociale
esistono tuttavia delle categorie di persone che non possono o non
desiderano essere libere e che preferiscono restare sotto tutela piuttosto
che assumersi le proprie responsabilità di uomini. La libertà è una
conquista della coscienza e non può essere un regalo dei più potenti o più
fortunati, quindi, mantenendo l'istituto della schiavitù More offre una
soluzione positiva (gli schiavi in Utopia non vivono affatto male) anche a
coloro che non amano la libertà. Così gli utopiani, liberi e felici,
confortati dalla buona salute, uguali, senza ombra di conflitti sociali,
protetti da un sistema che garantisce la prosperità economica, la
sicurezza sociale e il prestigio internazionale, trascorrono la loro
esistenza lavorando, coltivando buone letture (non vi è ombra di
antintellettualismo in More), dibattendo sulla stupidità dei costumi del
mondo esterno, lieti di quello che il sistema comunista riesce ad
assicurare a tutti i cittadini. Tutta la costruzione è sostenuta dalla
convinzione di More che la natura umana sia essenzialmente bonaria e che
possa venire facilmente diretta e illuminata da una razionalità lucida ed
efficace e da un buon sistema educativo. Accanto a questo ottimismo
antropologico e a un atteggiamento razionalistico, troviamo molti aspetti
contraddittori e una sapida mescolanza di proposte innovatrici e di
garbate regressioni: il pacifico isolamento si accompagna a una vigorosa
campagna di proselitismo, la staticità delle istituzioni è implicitamente
minata dallo sviluppo culturale, l'economia rurale di sopravvivenza e
ripartizione contrasta con la prospettiva di nuove tecniche manifatturiere
e la staticità antistorica del modello si scontra con il dinamismo delle
società circostanti che, miracolosamente, non dovrebbe toccare la
fortunata isola. Si avverte nella proposta di More sia il meditato rifiuto
della società del profitto, in favore di un'organizzazione che privilegia
il poco per tutti e un'austera moderazione dei costumi, sia una
spregiudicata razionalità che non indietreggia di fronte all'accettazione
della schiavitù, del divorzio, dell'eutanasia, delle visite
prematrimoniali. Sotto il manto di un raffinato latino e di un'arcaica
proposta istituzionale Thomas More nasconde la carica rivoluzionaria della
sua fiducia nella razionalità e nell'indipendenza di giudizio degli uomini
che si concretizza in un messaggio di palingenesi sociale basato sui
valori di libertà e di uguaglianza.
Torna
all'indice
|
esercitazioni |
|
autovalutazione |
home page www. lastoria.org
|